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Il comune di Gravere appartiene a: Regione Piemonte - Città metropolitana di Torino

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Storia

L'origine del nome

Il Comune è formato da molte frazioni, ma nessuna porta il nome di Gravere, che deriva da gravier, cioè ghiaia in francese, con chiaro riferimento alle inondazioni del torrente Gelassa, che lasciavano sul terreno enormi quantità di ghiaia.
Ed è proprio il torrente a caratterizzare da sempre la storia del paese. In passato gli stessi abitanti erano conosciuti come gelassani.
Il nome in patois è Graviere, mentre in lingua d'oc i graveresi si chiamavano Jéraso o Piera Plata (pietra piatta), che sono i residui delle pietre trasportate a valle dal rio.

La storia: le origini

La storia del paese è antica: già nel II-IV secolo dopo Cristo, in epoca romana, esisteva un acquedotto che forniva acqua potabile alle case del paese e alle terme di Susa.
L'area di Gravere fa poi parte del regno di Adelaide di Susa, fino a quando il controllo dell'intera zona passa a due famiglie nobili, i conti di Morana-Savoia e i conti d'Albon, Delfini di Francia.
Nel 1244 il Delfino Guigo VII ribadisce che il confine ad est del suo dominio in Valle di Susa si trova proprio nella zona di Gravere. Il confine tra Savoia e Delfinato rimane inalterato fino al 1713, quando il trattato di Utrecht sancisce il definitivo passaggio dell'Alta Valle a Vittorio Amedeo II di Savoia. L'esistenza del confine è testimoniata da un pilone sulla Statale 24, ricostruito nel luogo preciso dove sorgeva l'originale del 1607.

Dal Medioevo alla nascita del Comune

I resti delle numerose costruzioni militari testimoniano l'importanza strategica del territorio di Gravere. La prima fortificazione conosciuta era la Bastita de Peladruco, da cui prese origine l'attuale borgata Bastia. Al 1592 risale il Forte di San Francesco, edificato per fermare, con scarso successo, le truppe francesi del Cardinale Richelieu.
Nel 1598 l'area è afflitta da una terribile pestilenza. In quell'occasione il paese fa voto di costruire una grande chiesa se l'epidemia si fosse esaurita. Nasce così l'attuale chiesa parrocchiale in borgata Refornetto, consacrata nel 1610. Nel 1621 Gravere diventa municipalità indipendente da Susa, lo stesso duca Carlo Emanuele I sancisce l'evento con un'ordinanza.
Pochi anni dopo Gravere diviene teatro delle battaglie tra i francesi di Luigi XIII e l'esercito della Savoia. Tra la guerra e una nuova epidemia di peste, sono anni durissimi: nel 1630, due terzi dei 1500 abitanti di Gravere sono decimati.

L'era moderna

Nuovi combattimenti nel 1690 all'Arnodera e alla Bastia: le truppe del duca Vittorio Amedeo II hanno la peggio di fronte ai francesi. Ancora una volta la guerra si accompagna a una violentissima epidemia di peste. Anche in quest'occasione gli abitanti fanno un voto: digiunare alla vigilia dell'Epifania e andare ogni anno scalzi e penitenti al Santuario della Losa per la festa di Sant'Anna.
La processione è rimasta una consuetudine ancora oggi, anche se il percorso è coperto in auto.
Nel 1728, dopo un'ennesima disastrosa alluvione, Gravere avvia i lavori di costruzione di una barriera che devia il corso del Gelassa, riversando le acque direttamente nella Dora. L'opera, denominata "La Mura" viene completata nel 1730.

Il ponte dell'Arnodera

La Valle di Susa torna ad essere strategicamente importante nel corso della Resistenza. La linea ferroviaria Torino-Modane, dopo l'8 settembre, rappresentava per il comando germanico la via più breve, comoda e sicura tra l'Italia e la Francia.
Gli atti di sabotaggio in media e bassa valle ottennero risultati limitati, allora il Comando partigiano scelse di puntare sull'Alta Valle, dove il terreno più impervio avrebbe permesso di causare maggiori problemi al nemico.
Per il nuovo "colpo", venne scelto il viadotto dell'Arnodera, costruito su un profondo torrente, all'uscita di una galleria poco a monte di Meana.
Terminate le operazioni di preparazione, restarono 4 uomini: don Foglia, detto "don Dinamite", l'Ingegner Bellone e i partigiani "Remo" e "Vittorio", che, all'una del 29 dicembre 1943, fecero brillare le mine. Il ponte venne distrutto per 62 metri, mentre il boato si propagò fino a 15 km di distanza: "Sembrava venisse giù l'intera montagna", ricordano i partecipanti. Un'operazione perfetta, anche perché si lasciò passare l'ultimo treno dalla Francia, evitando vittime innocenti.
Il Comando Tedesco di Torino definì il colpo "opera d'arte" e l'eccezionale importanza di quest'azione fu pienamente riconosciuta dagli Alleati.